25 luglio 2004

Notti

La notte, in una comunità terapeutica, rappresenta un delicato momento di passaggio. Tino e il gruppo degli educatori lo sanno bene e il mestiere si vede anche da come accompagnano i “ragazzi” alla buona notte.
“L'aria che si respira prima di coricarsi  è confusa, variopinta: persone in mutande che si spostano qua e là, i buffi pigiami scoloriti dalla nostra lavanderia, le radio accese con le musiche più diverse, persone a fumare in corridoio che si raccontano: sono alcune delle tante scene che si ripetono dalla nascita di questa comunità.  L'atmosfera in fondo è sempre la stessa  anche se i volti cambiano. All’improvviso poi prevale la voglia d'intimità personale, ognuno sembra immergersi in una bolla di sapone per poter stare solo con i suoi pensieri, portando la sua mente in  luoghi diversi. A volte mi sembra di vedere sopra la nostra casa un alone di energia che si disperde prendendo tante strade”.
Tino, anche questa volta, riesce a farmi vedere l’insondabile. “Riuscire a dormire  un sonno tranquillo rivivendo il giorno che è passato è un grande risultato per molte persone che trascorrono con noi un po’ della propria vita: le piccole vicende quotidiane, il lavoro comune, il trattenersi per non litigare, un buon pranzo, la visita dei parenti, il corpo che comincia a rispondere positivamente alle sollecitazioni. Ma ci sono anche i brutti episodi:  le tensioni da sopportare, il processo, l'incontro con il medico, ognuno ha il proprio dolore da portare.  Tutto questo fa parte di un quotidiano che va affrontato  in modo diverso dal passato, anche se la voglia di sfuggire è enorme; per molti di loro pensare al domani è  difficile e il futuro li spaventa e li scoraggia. E di notte non c’è molto scampo a questi pensieri”.
Ma nelle notti della comunità non esistono solo i sogni, si rifà viva anche la voglia di trasgressione che cerca di riportarti indietro, verso il già visto e il già fatto.
“Sì, ci sono state persone che hanno lasciato la comunità di notte, una fuga vera e propria ma strana se si pensa che qui tutte le porte sono aperte e tutti possono andarsene liberamente; è come se il non farsi vedere li aiutasse a scappare dalla loro storia e a correre a ritroso verso ciò che avevano lasciato. D’altra parte qui ci si sta se c’è una decisione libera e consapevole, nemmeno il più bravo degli educatori può sostituirti in questo”.
Ma il bravo educatore spesso trova il suo daffare anche… nel buio.
“Ah sì, mi ricordo ad esempio  l’incontro notturno con Luca, un sedicenne molto problematico  che gironzolava per il corridoio con sottobraccio tre rotoli di carta igienica; stava scappando ma aveva la diarrea e si era premunito, lasciando però tutto il resto. E’ bastato un invito perentorio a tornare a letto e tutto è rientrato. Oppure Silvio, che usciva di notte facendosi sei km a piedi per incontrare la sua fidanzata; notti magiche per davvero, peccato che al mattino si addormentasse sulla  scodella del latte. E periodicamente c’è  un gruppo sempre diverso di ospiti che cerca di segnalarsi con gli schiamazzi conseguenti a delle bevute clandestine. In fondo, se ci pensiamo bene, la notte serve ai nostri ragazzi anche a giocare ogni tanto  quella carta  jolly che  segnala a tutti gli altri il loro disagio o malessere”.
Tutto questo può sembrare straordinario o forse anche un  po’ da matti, ma fa parte della normalità del lavoro dell’operatore in una struttura terapeutica, “anche se è vero – precisa Tino - che per gli educatori nuovi, che per la prima volta hanno dovuto affrontare situazioni simili, è stato tutt’altro che facile e non tutti ce la fanno a reggere questo mestiere”.
Già, perché oltre alla fatica, ci sono anche le sconfitte e queste bruciano: “la libertà non ha prezzo, ma per molte delle persone che sono qui saper gestire questa libertà è difficile, tremendamente difficile. Ho conosciuto decine di ragazzi che hanno preferito stare rinchiusi in un carcere pur di non essere responsabili della loro vita”.  

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