20 giugno 2004

Amori in comunità

La comunità è una grande villa fuori città: il parco tipico delle residenze estive dei facoltosi milanesi di un tempo, la casa del custode a una distanza adeguata. Oggi qui trovano rifugio per un paio d’anni o solamente per qualche mese una trentina di ex: ex ragazzi che cercano anche di diventare ex tossicodipendenti. Da sempre la gran parte del gruppo è composta da  maschi, ma c’è anche un piccolo gruppo di donne. Ed è proprio da  loro che inizia il mio primo incontro;  accanto a me Tino, responsabile dell’intera struttura terapeutica.
“Le donne – mi dice subito - sono in minoranza rispetto agli uomini, ma  hanno un peso notevole nelle dinamiche di gruppo e affettive. E qui dentro non è facile gestire le storie d’amore, le quali spesso  sono solo un segnale del grande bisogno personale di affetto; d’altra parte saper riconoscere i propri sentimenti è un cammino lungo e infinito, soprattutto per una persona che è stata (tossico)dipendente”.
Dietro le parole di Tino si vedono, in filigrana, immagini di volti, circostanze, episodi diversi tra loro (qualche volta tragici, spesso divertenti e teneri).
“Sai, è bello vedere tra queste mura due persone innamorate: gli sguardi, gli incontri, la grande speranza di costruire un rapporto, ma tutto questo nella maggior parte delle storie si rivela solo un miraggio, un’illusione che si trasforma in delusione. Molti dei nostri ragazzi scontano  proprio questa  incapacità di portare avanti una relazione. 
E poi vivere il proprio essere donna è difficile: molte delle ragazze hanno venduto il proprio corpo  per ottenere la “roba” o spesso solo per campare. Eppure dentro di loro una lievissima fiammella è ancora accesa  e va assolutamente alimentata. Dovresti esserci  in quei giorni o a volte  in quegli attimi nei quali questa fiammella ricomincia a dare un piccolo calore e  i visi riprendono a star bene! Giorno dopo giorno ti accorgi che ricominciano a vivere in modo più “femminile” e questo è davvero grande”.
Immagino le difficoltà a gestire tutto questo in una struttura che, nonostante la libera adesione al programma terapeutico e i cancelli sempre aperti, rimane pur sempre una istituzione, un luogo di contenimento. Penso a cosa voglia dire recuperare la salute, un’immagine di sé, una sessualità gestita responsabilmente e rispettata. Tino mi racconta di quando hanno ospitato anche alcune persone transessuali: è un racconto farcito di circostanze ed episodi lievi e divertenti, ma che trasudano il cammino difficile che hanno fatto sia gli educatori che tutto il gruppo degli ospiti.
“Per le donne, poi, c’è spessissimo a questa età il desiderio di essere madri, un desiderio che quasi sempre si scontra con una condizione di salute ormai compromessa: molte di loro quindi devono anche imparare a gestire questa impossibilità; spesso si tratta dell’ennesimo segnale di divieto posto sulla strada del futuro.
Eppure ci sono ragazze che ritornano a farci visita in comunità dopo qualche anno dalla loro uscita e sembrano davvero altre persone: io le chiamo i nostri brutti anatroccoli. Lì ti rendi conto che quando si dice che la bellezza viene dal di dentro si dice una grande verità. A distanza di tempo, quando le rivedo, sembrano altre persone, donne”.
Tino apprezza e gusta questi momenti, forse rari, in cui può fermarsi a raccontare il suo lavoro. Si intravede che per lui è un’occasione anche di rielaborazione di un lungo percorso professionale e di vita.
Ma come accade spesso, l’emergenza riprende il sopravvento: qualcuno lo chiama dal cortile, perché è tornata Ilaria. Un nome, una storia: 24 anni, madre di una bambina, è stata qui per un anno ed era appena andata via innamorata di un ragazzo, sperando di potercela fare.
“Devo ammetterlo: i ritorni sono sempre una  cosa triste e piacevole – conclude Tino. Triste, perché stanno a significare che una persona non è riuscita a mettere sui giusti binari la propria vita. Ma in fondo piacevole, per l’ennesima richiesta di aiuto che testimonia  che questo luogo è rimasto un punto di riferimento da cui partire. E in fondo siamo qui proprio per questo, no?”.

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