20 maggio 2004

Piccoli progetti crescono

Il vocabolario, questa volta, non aiuta; e nemmeno il senso comune: per “progetto”, infatti, si intende di solito  un piano di lavoro per eseguire qualcosa, un insieme di calcoli, disegni, elaborati in base ai quali realizzare un obiettivo concreto. Nel linguaggio sociale, invece, il progetto è tutto questo ma soprattutto un insieme di azioni e interventi a termine, finanziati con un budget limitato e a tempo. Il progetto, insomma, è già la  realizzazione concreta di un piano nei campi più diversi: educativo, riparativo, di formazione professionale o nel settore dell’esclusione sociale. Claudio di progetti se ne intende perché per la sua organizzazione ne coordina un certo numero. Oggi però non parlategli di progetti finanziati da enti pubblici o fondazioni. “Per carità, basta! Questa settimana ho già ricevuto un rinvio, una riposta negativa e una positiva a fronte però di un cofinanziamento da parte nostra che è assolutamente improponibile. Ma ti rendi conto? Hai idea di quanti limiti vengono posti ad associazioni o cooperative che vogliano proporre serie iniziative di utilità sociale?”
Il tono non è propriamente tranquillo e nella voce riconosco tutta la preoccupazione di chi ha qualche responsabilità  in una organizzazione non a scopo di lucro. Solo il mio sguardo interrogativo lo riconduce a un più tranquillo conversare e mi spiega: “siamo in un paese in cui in questi ultimi anni si è letteralmente incensato il volontariato e il non profit. Certo, questa retorica ci è anche servita per accreditarci e per allargare i nostri campi di intervento. Ma a questo parlare un po’ vuoto non hanno fatto seguito autentiche politiche di promozione  del non profit sano. Pensa ai ritardi cronici con i quali spesso saldano i loro debiti le aziende sanitarie. E sempre più spesso per ottenere un finanziamento pubblico ti chiedono la disponibilità a un cofinanziamento che è in contraddizione con l’essere non a scopo di lucro. Ci sono poi Fondazioni bancarie che non anticipano un soldo, nonostante la loro indubbia liquidità; saldano solo le fatture quietanzate. E a noi tocca anticipare il denaro per pagare operatori e strumenti di lavoro. Ma a loro volta le banche mica ci trattano con un occhio di riguardo, macchè: come se fossimo delle piccole aziende profit. Stesso trattamento! E infine i progetti sono a termine e dopo due-tre anni devi ricominciare un po’ tutto da capo”.
Alt, un momento; che c’entra il volontariato con le banche, le fatture, i pagamenti?
 “Ma dove vivi? – riprende Claudio -  non dirmi che anche tu stai ancora nel paese delle meraviglie: oggi se vuoi fare un buon servizio devi organizzarti, aggregare professionalità sociali, mostrare capacità di gestione e tutto questo costa!”.
Certo, Claudio, hai ragione.
Eppure non riesco a non pensare che in fondo questi imprenditori sociali siano davvero una strana razza: metà pionieri e metà burocrati. Strani minotauri fatti crescere da una retorica del ben amministrare e poi lasciati un po’ in mezzo al guado: pochi finanziamenti agevolati, sistemi di qualità mutuati tout court dal profit, rendicontazioni che sono spesso talmente pignole e concentrate sul dettaglio formale da non vedere la sostanza dei processi.
“Sì, è vero – conclude Claudio un po’ amaro – ci viene chiesto di essere professionali, ma spesso i meccanismi di cofinanziamento e rendicontazione, invece di essere strumenti di trasparenza, sono delle vere e proprie istigazioni a delinquere: talmente bizantine che se vuoi starci dentro devi piegarti a artifici o giochi di prestigio che… lasciamo perdere”.
No, Claudio, parliamone invece. Ho l’impressione che anche così si possano aprire delle possibilità perché i piccoli progetti possano crescere.
Magari meno incensati, ma più forti e più sani.

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