martedì 30 marzo 2004

Alfisti per sempre

Technicolor, Pharmacia, Yomo, Italtel: marche più o meno note che in questi anni hanno scandito la crisi del sistema produttivo e industriale della Lombardia.
In questo panorama fosco c’è la vicenda tutta particolare dello stabilimento Alfa Romeo di Arese, travolto dalla crisi Fiat del 2002. Da anni si trascina una penosa vicenda che è cominciata con l’avvio della cassa integrazione per 1.000,  impegnati in una disperata battaglia legale. Ma questo scontro non è mai stata una “normale” contesa legale tra datore di lavoro e dipendenti. Te ne accorgi se parli con uno degli operai o dei tecnici alfisti: l’essere e sentirsi alfisti ha a che fare con l’identità stessa di questi uomini e donne. Lavorare all’Alfa Romeo non è stato solo un lavoro; è un mondo intero: simboli, significati, un modo particolare di essere. Oggi può parere strano in questo paese di co.co.pro e part-time, eppure è così.
Naturalmente le vicende personali e i comportamenti di fronte al declino della grande fabbrica sono molto diversi tra loro: c’è chi reagisce e chi è preda della depressione. Eppure avverti che c’è un idem sentire di fondo.  Vittorio, ad esempio, neanche 50 anni che sembrano 10 di più, ha per compagnia l’alcol e il suo inseparabile giubbetto “Moto Guzzi” che evoca una intensa storia di amore per i motori, una storia tradita che ora pare travolgere un po’ tutta la sua famiglia. Se lo ascolti senti tutta l’amarezza di non trovare neanche più una officina “che mi prenda in nero”, è come un chirurgo che senta il richiamo della sala operatoria ma al quale non è consentito nemmeno di avvicinare un paziente; e c’è, soprattutto, tutto lo sconforto di chi è sorpassato dai figli adolescenti che non capiscono, che gli sfuggono dalle mani.
Già i figli. Per capire cosa voglia dire essere parte della vicenda Alfa basta leggere quello che mi scrive Emilio, formatore professionale: “La Fondazione per la quale lavoro sta gestendo dei corsi interni all'Alfa per ex dipendenti in mobilità. Non ero mai entrato fisicamente all'Alfa, mentalmente e "spiritualmente" sì. Mio padre era (è) un alfista. Ha passato in Alfa 30 anni di vita e per me è stato come uno strano ritorno a casa; una casa mai vista, ma pur sempre casa.
Un giorno ho chiesto di salire sul tetto dello stabile dove si svolgono le lezioni per vedere e capire. Dall'alto si vede una città intera. Vuota.
Ho visto anche il mitico (per me almeno) capannone 6 dove lavorava il mio babbo. Non ho fatto tanta fatica a ripescare nella memoria le espressioni di papà in partenza e di ritorno dalla fabbrica, a capire la fatica e le cause della sua depressione di quando ero bimbo. Non ho mai visitato  un campo di concentramento, ho visto solo immagini in bianco e nero, ma  in quel momento ho avuto la sensazione amarissima che quella "casa" immaginata e in quel momento raggiunta fosse la cosa più vicina ad un lager che io avessi mai sperimentato.
Tornato giù, tra le  espressioni "perse" dei miei nuovi corsisti, ho avvertito dentro di me tutta la  desolazione per un patrimonio umano, sociale, imprenditoriale dilapidato, ma anche una sensazione di sollievo per la chiusura di un posto di lavoro che a ben guardare deve essere stato al limite dell'inumano. In quel momento per la prima volta ho condiviso la confusione che per anni avevo associato al mio papà. Stava male quando doveva "prender su le sue cose" e andare al lavoro e quel posto gli ha causato un esaurimento nervoso da cui ha faticato ad uscire. Ma guai a toccare l'Alfa Romeo, i suoi padroni vecchi e nuovi, guai a confrontarla con qualsiasi altra marca automobilistica”.
Alfisti. Per sempre

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