26 febbraio 2004

Iniquo canone

Come il trucco: c’è ma non si vede. E’ il problema della casa, della sostenibilità di un affitto che in certe aree metropolitane sta diventando davvero pressante. Tuttavia l’abitare fatica a farsi largo nell’agenda della politica e sono anni che i grandi quotidiani non dedicano a questo tema uno dei loro titoli principali. “Eppure sento ribollire un disagio crescente – mi dice Aurelio - è come un fiume incandescente e sotterraneo di impotenza, rabbia e frustrazione. La “lava” non si vede ancora, ma sotto i nostri piedi comincia a dare segni crescenti di sé: possibile che così pochi se ne accorgano?”
Aurelio lavora da tanti anni in un sindacato degli inquilini e scherzando si paragona a uno di quei soldati giapponesi rimasti al loro posto nel pacifico anche dopo che la seconda guerra mondiale era finita da anni. Difficile dargli torto: le grandi battaglie “di massa per il diritto alla casa” appaiono preistoria, tanto che viene spontaneo, scrivendo, metterle tra virgolette. Patrimonio, oggi, di poche avan(retro)guardie: sindacalisti, centri sociali, disobbedienti, enti locali illuminati.
“Chissà: forse siamo delle retroguardie inutilmente attardate in cause perse o forse delle avanguardie che affrontano come possono problemi che presto la politica con la “p maiuscola” si farà scoppiare tra le mani… Facci caso però: né a destra né a sinistra si rivendica il numero di case in affitto realizzate; la guerra di cifre, per lo più, si gioca sui numeri virtuali dei nuovi posti di lavoro. Eppure oggi la casa, la sua assenza o la difficoltà a mantenerla fa soffrire quanto e forse più dell’assenza del lavoro. E non si tratta solo di famiglie con un profilo ereditario di marginalità; ci sono anche pensionati, impiegati, famiglie nelle quali qualcuno si è ammalato seriamente e ha perso il passo. Insomma pezzi di ceto medio o comunque di “normalità” che scivolano nella precarietà. Certo, il centrosinistra rivendica l’euro come strumento di stabilità e di conseguente contenimento dei tassi di interesse sui mutui. Ma la realtà rimane quella: in Italia si è fatta una politica della casa di proprietà, lasciando ormai alla deriva la casa in affitto”.
Già, chi se lo ricorda l’equo canone? Queste due parole accostate, quasi uno slogan, mi vengono in mente ogni volta che incontro una famiglia con la sentenza di sfratto esecutivo; puntualmente il colloquio vira sulle questioni dell’equità e della giustizia e sono confronti quasi sempre duri, sul filo sottile che separa/unisce rabbia e depressione, ribellione e resa: perché ci sono inquilini di case pubbliche dagli invidiabili redditi e dalle appariscenti vetture? Le case libere ci sono, perché non vengono assegnate? Perché prima di me vengono nomadi ed extracomunitari? Le domande sono più o meno sempre le stesse, basate su leggende metropolitane o mezze verità alimentate dal passa parola e dal tam tam sotterraneo. Quasi sempre c’è qualcuno che è passato avanti a qualcun altro nell’ottenere una casa pubblica e la domanda alla fine è “perché non io? Perché non fai passare prima me?”. La casa, in questo modo, passa da diritto a favore. E su questo terreno Aurelio ha già irrimediabilmente perso.
Domani sfratteranno una donna con la figlia dodicenne e il marito malato di tumore; abbiamo ottenuto mesi di rinvii ma ora verrà chiamata, se necessario, un’ambulanza per trasportare l’uomo in ospedale.
“E il magma darà altri segnali di sé – conclude Aurelio – secondo te, fino a quando rimarrà sotterraneo?”

Nessun commento:

Posta un commento