venerdì 2 gennaio 2004

Senza parole

Laringectomia. Non è una bella parola e lo si capisce al volo; l’enciclopedia ci informa che “consiste nell’asportazione parziale o totale della laringe per eliminare formazioni tumorali”.
Ma incontrare un gruppo di laringectomizzati è un’esperienza che ti tocca e almeno nei giorni seguenti ci pensi su: è una piccola miniera di segni e insegnamenti.
Luigi, Carlo e Ambrogio sono tre uomini di mezza età che hanno subito l’operazione e occupano tre “gradini” diversi del percorso che parte dall’intervento chirurgico e arriva alla riconquista della parola: Luigi è il maestro e da anni insegna agli altri a recuperare la voce compromessa dalla chirurgia; Carlo è un po’ l’assistente di Luigi e si è affrancato da tempo dall’afonia; Ambrogio è invece “l’ultimo della fila” e non solo metaforicamente: la sua operazione, infatti, risale solo all’estate scorsa e ancora non parla.
Ambrogio si fa comprendere scandendo le parole con la mimica tipica di chi cerca di farsi capire dal suo interlocutore in un luogo chiassoso; ma qui non c’è rumore e le parole escono come un soffio appena percepibile. Quello che mi colpisce però sono i suoi occhi, come stupiti e impauriti: mi pare di leggere in essi lo smarrimento di chi si è trovato di fronte alla malattia e all’unica via disponibile, quella che si imbocca dando in cambio la propria voce. Per un attimo appena rivedo Ariel, la sirenetta di disney che scambia la sua voce per avere gambe e piedi di donna; ma qui non c’è la strega cattiva del mare e soprattutto non c’è un principe azzurro che risolva la situazione.
Mi vengono in mente anche le piccole e grandi rinunce o difficoltà quotidiane di Ambrogio: uno nelle sue condizioni non può più usare il telefono o chiamare a un citofono né tanto meno gridare aiuto in caso di bisogno. 
Ma mentre i tre mi parlano, mi rendo conto che uno che risolve le situazioni in un certo senso c’è: è Luigi. Luigi è un tipo basso e tarchiato che parla ormai perfettamente senza aver mai usato laringofono o valvola: infatti non schiaccia nessun pulsante e la sua voce non ha quel suono metallico tipico dell’ausilio artificiale. Le sue parole escono piuttosto come un singulto, con un timbro roco e gutturale, accompagnate da strani gorgoglii.
“Sì, perché noi parliamo come se ruttassimo – mi dice con entusiasmo – ingoiamo aria e poi la facciamo uscire sotto forma di parole. Non tutti accettano questa tecnica, ma moltissimi di noi hanno imparato così, a forza di coca-cola già poco tempo dopo l’operazione”. Carlo annuisce e si intuisce tutta l’ammirazione per quest’uomo che ha conservato un’energia potente, contagiante.
Mi fermo a riflettere sulle risorse infinite e misteriose dell’essere umano, di fronte anche alle più grandi difficoltà. Mi chiedo come si possa mantenere buon umore e determinazione a occuparsi degli altri quando si è apparentemente così compromessi; e mi domando se tutti nascondiamo in noi questo scrigno o se si tratta di un dono particolare, personale.
“Io sono siciliano – dice a un certo punto Luigi, ridendo dietro le lenti degli occhiali – e ogni parola data per me è come un giuramento”.
Ogni parola data…
Grazie, Luigi,  per la lezione di oggi.

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