30 gennaio 2004

La bella libertà

La struttura è quella tipica di tante istituzioni sanitarie: si oltrepassa la portineria che un tempo deve aver visto ben altra sorveglianza e s’incontrano i padiglioni, grandi ville che ti guardano dagli scorci del superbo parco, ricco d’alberi robusti, antichi.
In una parte del parco ha trovato posto una scuola superiore, ma quello che rimane è ancora bello e importante: una vasta area verde oggi alla periferia estrema della città, lambita dall’autostrada a poche decine di metri dal confine stesso della metropoli. E’ qui, infatti, che fino a pochi anni fa  la grande città esiliava i suoi “matti”; “chissà, forse si pensava di far respirare loro dell’aria buona”, commenta beffardo Alberto, la mia guida all’interno di quello che fu uno dei grandi ospedali psichiatrici del milanese. Ora qui hanno trovato posto attività di prevenzione, animazione ed espressione artistica, ma la struttura nella sua grandezza e nei suoi dettagli non ha potuto trasformarsi interamente. C’è ancora, ad esempio, la sala del camino, luogo dedicato alle periodiche riunioni dei primari e dei baroni ospedalieri.
Ma soprattutto, sono rimasti loro: i padiglioni.
Alberto mi conduce in uno di questi e sono i particolari, appunto, a evocare dentro di noi storie lontane di sofferenza, di negazione e costrizione. Le piccole piastrelle blu che ricoprono i grandi corridoi, le finestre che sono tuttora sigillate, le ringhiere delle scale che proseguono fino al soffitto, le porte con le finestrelle dalle quali si può guardare all’interno di ogni stanza. E’ come se l’istituzione avesse avuto paura del vuoto e non solo perché qualcuno ci si sarebbe potuto gettare.
Oggi le stesse stanze sono diventate uffici e luoghi d’una socialità vivace e allo stesso tempo regolare e regolata: sale riunioni in cui si progettano interventi educativi con i ragazzi nelle scuole e per strada.
Eppure, il portone principale, come un tempo, rimane chiuso a chiave perché qualche ex ricoverato, accolto ora in alloggi protetti o piccole comunità della zona, ha la tentazione di tornare di tanto in tanto e di fare pipì, qua e là, dove capita.
“Più chiari di così!”, si lascia scappare Alberto.
Sì, perché pare proprio di sentirlo quel senso di costrizione, d’impossibilità a disporre liberamente di sé. Per avvertire qualcosa di comparabile devo attingere ai miei ricordi d’infanzia, alla colonia estiva, a quella che allora mi sembrava una lunga e ingiustificata deportazione dalla mia casa e dalla mia famiglia. Eppure erano solo tre settimane – penso tra me – e cerco d’immaginare le persone che qui hanno vissuto degli anni, magari a causa di sintomi e disturbi che oggi neanche noteremmo o che al massimo interesserebbero il medico di famiglia. Malattie e comportamenti che oggi non sentiamo nemmeno nominare: isteria, condotta antisociale…
E il luogo che più mi colpisce sono i bagni, rimasti praticamente quelli d’allora. Un dettaglio su tutti: il bagno assistito. La vasca da bagno nelle nostre case è di solito addossata ad una parete, luogo d’intimità e calore per eccellenza; qui no: è posta al centro della stanza, con due corsie a destra e a sinistra. Segni tangibili della cura attenta di due infermieri o ausiliari, ma simbolo anche d’una impossibilità a stare da soli, ad autodeterminarsi, a prendersi cura da sé della propria igiene, del proprio corpo.
Quando usciamo nel parco, Alberto si ferma un attimo e mi fissa; capisco che anche lui ha avvertito questi richiami le prime volte che è entrato qui: “bella la libertà, vero?”.
Sì, bella per davvero.

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