30 settembre 2003

Anziani d'estate

“Ma allora questi anziani sono morti o no?”. Guido mi guarda perplesso da dietro il giornale e nella sua voce c’è tutta l’apprensione di chi gli ottanta li ha superati da un pezzo in questa estate che non vuole finire più. Ora lo sappiamo, perché i dati dell’Istituto superiore di sanità hanno confermato, almeno in parte, l’aumento della mortalità di persone della terza età: tra il 1° giugno e il 15 agosto di quest'anno c’è stato un incremento del 40,2% dei decessi - rispetto al 2002 - tra gli ultra 65enni di 21 città italiane.
I dati parlano di città in cui l’aumento è stato considerevole - la città che registra un raddoppio di morti tra i “grandi anziani” nel periodo estivo è Torino (+108%), seguita da L’Aquila (+105%), Genova (+79%), Perugia (+75%), Milano (+69%), Bologna (54%), Roma (51%) – ma anche di capoluoghi nei quali si è verificata una diminuzione dei decessi: Campobasso (-25%), Aosta (-21%), Catanzaro (-15%).
Numeri contrastanti, dunque, che però segnalano alcune costanti: i più colpiti dal caldo e dagli effetti della “latitudine inversa” (ovvero il fenomeno per cui le città più fredde soffrono maggiormente la persistenza dei picchi di calore) sono stati i grandi anziani (gli over 75), soli, con basso livello socio-economico e una malattia preesistente.
Ora, la domanda da porsi è semplice: il putiferio scatenato dal ministro Sirchia aveva qualche ragion d’essere? O si è trattato di una manipolazione per riuscire a schiodare finalmente, dopo tanto discuterne, l’ormai famoso fondo nazionale a sostegno degli anziani non autosufficienti?
Ragioniamo insieme a Guido e ora che l’ansia della lettura si è diradata rimane anche nel mio anziano interlocutore una certa amarezza: “ma qui non si può più neanche morire in pace?”. No, caro amico, sembra proprio che se gli anziani muoiono sia colpa di qualcuno e comunque sia una cosa del tutto innaturale alla quale si possa, con la scienza e la tecnologia, porre rimedio. La prima manipolazione sta già qui, nel farci allarmare di un fenomeno che, pur con dati significativi e degni di attenzione, ha in sé un fondo di fisiologia e di naturalità.
La seconda manipolazione, poi, è la ricerca delle responsabilità principali negli enti locali, nei comuni. Dà una certa nausea questo ricercare sempre responsabilità altrove: ma come, non continuano a spiegare ai sindaci e ai responsabili locali della sanità che ai bisogni delle persone ci deve pensare la famiglia e che le istituzioni pubbliche debbono sempre di più ritagliarsi un ruolo di erogatori di risorse e regolatori di un mercato dal quale devono restare fuori? Gli enti locali, sempre più compressi e vincolati nelle risorse da mettere a disposizione, hanno fatto in questi anni dei salti mortali per mantenere i servizi su un livello di sopravvivenza, tuttora contrastati dalla retorica che vuole affidare alla famiglia, e quando va bene al non profit, le risposte a tutti i  problemi.
Peccato che la famiglia, al singolare, non esista più, perché le situazioni e le condizioni familiari ormai sono le più diverse e diversificate; e anche quando ci sono, le famiglie non sono e non possono essere l’unica risorsa sulla quale far piovere le tante crisi sociali, sanitarie e relazionali che oggi ciascuno di noi inevitabilmente incontra. Ma quando le cose si mettono male, almeno sul piano mediatico, non fa mai male guardare dalla parte degli amministratori locali e chiedergli “ma tu, cosa hai fatto?”.
Guido, che sindaco è stato in ben altri tempi, ora chiude il suo giornale e sorride.
Come dire: chi vivrà, vedrà.

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