20 agosto 2003

Classe di ferro

Non sono un dottore, eppure Silvia avrebbe più o meno lo stesso approccio se dovesse sedere davanti a uno psichiatra. Composta, gentile, lievemente truccata: una giovane donna come tante. Silvia ha più o meno la mia età e mi parla della sua vita come un susseguirsi di incomprensioni, problemi e rotture dei pochi rapporti umani significativi. E’ il primo segnale del suo disagio: nessuno la capisce, ce l’hanno pressoché tutti con lei; “sono una persona normale che attraversa solo un periodo di difficoltà – mi dice – ma gli altri invece di comprendermi e darmi un po’ di respiro, si accaniscono contro di me”.
Le difficoltà di cui parla riguardano la casa e il lavoro. La lunga esperienza lavorativa in uno studio notarile, infatti, è ormai alle spalle e il presente è fatto di un inserimento lavorativo di poche ore al giorno presso una cooperativa sociale. E il futuro più prossimo è uno sfratto per morosità dall’alloggio abitato da qualche anno in solitudine.
Guardo Silvia e vedo me stesso: trent’otto anni, “classe di ferro” 1965 e qualche domanda pressante: perché a lei e non a me? E, soprattutto, se capitasse a me riuscirei a prenderne atto, ad accettare di avere dei problemi o farei finta di niente?
A Silvia, infatti, tutti gli operatori sociali danno lo stesso rimando: è necessario che si faccia aiutare perché i suoi veri problemi non sono la casa o l’occupazione, quanto lei stessa e il suo rapporto col mondo. Silvia, ad esempio, crede che i suoi padroni di casa si intrufolino ogni volta che lei esce di casa, ma non pensa di avere problemi. Per difendersi da queste incursioni sigilla col nastro adesivo ogni cosa che si possa aprire: le bottiglie dell’acqua minerale, i pensili della cucina, le borse, perfino il water, ma non pensa di avere dei problemi. “Le assicuro che quelli là sono matti da legare” dice seria e probabilmente i miei occhi non riescono del tutto a nascondere il sorriso che mi nasce dentro.
Tutto normale, tutto regolare; peccato che gli altri siano sempre più distanti, sempre più “altri”.
Anche questa volta il colloquio va abbondantemente oltre il tempo previsto e il clima disteso mi autorizza a fare un passo in più nel tentativo di confermare e sostenere il lavoro svolto finora dall’assistente sociale nei confronti di Silvia. Cerco di dire che farsi aiutare da una persona esperta che ci può capire a volte è difficile, ma potrebbe rivelarsi molto utile. Del resto andare da un medico non vuol dire “essere matti”; cito anche un’esperienza personale per metterci del mio.
Ma Silvia si alza in piedi e incrocia le braccia, la sua espressione cambia in un secondo; la voce si alza e si materializzano inedite parolacce. Come una tempesta improvvisa e inaspettata, esce l’altra Silvia: quella celata dal trucco leggero e dai modi composti.
Eppure è un attimo; bastano pochi istanti e la parte finale del colloquio ritorna comunque cordiale e distesa. “Sì, magari ci vado dallo psichiatra, però farò scena muta, così poi vediamo…”.
Alla fine mi domando se tornerà ancora a parlare di sè e dei problemi che le creano gli altri; chissà se sono ancora uno con cui si può chiacchierare o se sono già diventato, senza saperlo, uno dei tanti problemi di Silvia.

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