giovedì 10 luglio 2003

La scoperta del mare

Maurizio, Paolo, Bendhaud e Giovanni sono pagati per lavorare con i ragazzi stranieri per le strade di una grande città del nord. Eppure l’ente pubblico che finanzia il loro intervento non li ama e fa davvero poco per nasconderlo: non ama, infatti, quel progetto strano che lavora a cavallo dell’ufficialità e della clandestinità, che incontra soprattutto ragazzi marocchini nelle  piazze e nelle piccole baraccopoli che ricamano seminascoste la periferia della città.
Si tratta di un lavoro difficile e delicato, non privo di contraddizioni: la più evidente è quella tra la lenta conquista della fiducia dei ragazzi in piazza e il teorico dovere di segnalare all’ente pubblico tutti i ragazzi stranieri “non accompagnati” che si dovessero incontrare. In realtà quasi tutti i minori che incontra Maurizio sono arrivati in Italia non accompagnati, ma proprio per questo ha senso un’attività di educazione di strada che riduca i rischi e i danni di una vita pericolosa. “Sono comunque ragazzi – spiega Maurizio - minorenni provenienti più o meno tutti dallo stesso entroterra del Marocco e che spesso nella loro vita non hanno neppure visto il mare. Certo lo hanno attraversato, ma il loro viaggio è stato fatto nel retro di un camion. Due giorni in compagnia del caldo, usando come materassi i borsoni con dentro i vestiti, attenti a contare bene le fermate: la prima in Spagna, la seconda nei dintorni di Marsiglia, il terzo stop nella grande città italiana, dalle parti della stazione centrale. Quando sono scesi dai camion questi ragazzi sapevano già cosa fare. In tasca un biglietto con un numero di telefono: una chiamata e qualcuno è venuto a prenderli. Il giorno dopo erano già al lavoro”.
Già, il lavoro, cioè per molti lo spaccio di droga. “Quando arrivano in Italia hanno alle spalle una famiglia che ha fatto un debito di circa 2500 euro per garantire il loro viaggio e che si aspetta che comincino ad arrivare in fretta i soldi per saldare il debito e per realizzare il progetto familiare. Probabilmente c’è da comprare la pompa per il pozzo, scavarne uno più grande oppure comprare le macchine agricole o l’azienda del vicino, acquistare una casa in città o il negozio per la figlia che si sposa. C’è, insomma, da stare al passo con una società rurale e tradizionale che viene scompaginata dalle macchine europee, le antenne satellitari e gli abiti di marca”. E per cercare di raggiungere gli obiettivi della famiglia ci sta anche la vita difficile nelle strade, il freddo delle baracche, la droga in tasca: “non è la necessità della sopravvivenza – chiarisce disincantato Maurizio – ma lo scopo del viaggio”.
Ma che cosa è giusto fare allora con questi ragazzi? Massimo ti pianta in faccia i suoi occhi
azzurri dall’espressione tra l’ironico e lo stupito: “Abbiamo lavorato con questi gruppi di adolescenti nella convinzione che il loro essere ragazzi non possa essere consegnato allo sfruttamento da parte di chi con la droga guadagna migliaia di euro al giorno, o cancellato da una società che li tiene in clandestinità, quasi invisibili. Abbiamo provato a costruire momenti in cui avere quindici anni significhi avere diritto al gioco, all’ascolto, alla scoperta; perché oltre alla rabbia e alla fatica ci sia anche il sogno e l’affetto”.
Risultati? “Raramente riusciamo a cambiare qualcosa delle loro condizioni di vita, più spesso dobbiamo arretrare di fronte al loro essere spacciatori e clandestini, eppure nessuno potrà toglierci la convinzione che hanno il diritto di essere anche altro. Prendi l’altro giorno: siamo stati tutti al mare. E’ lì che alcuni di loro hanno scoperto, con meraviglia, che il mare è grande e che l’acqua è salata”.
E’ attraverso scoperte come questa, dicono gli occhi di Maurizio, che si può trovare la strada per tornare ragazzini. Per davvero.

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