venerdì 30 maggio 2003

Prima la salute

Non so da dove cominciare: dalla telegenica presenza del governatore della Lombardia, dalle dichiarazioni del Ministro della Salute che ha pronunciato un inaspettato basta con l’aziendalizzazione della sanità o dal mio incontro con un vero manager della salute in carne ed ossa? Già, perché ho incontrato, finalmente, un manager di un’azienda ospedaliera pubblica.
Potrebbe trattarsi di una vicenda tutta lombarda, in fondo un po’ provinciale. Eppure può essere utile mettere in fila le sensazioni e le reazioni emotive di un gruppo di amministratori locali dopo aver visto da vicino, io per la prima volta, questo totem della modernità. Le cose che abbiamo sentito dalla bocca del nuovo direttore generale non tornano, soprattutto se confrontate con la boria dei politici regionali, tutti impegnati a spiegare al resto d’Italia le magnifiche sorti del modello sanitario lombardo.
Penso, con quel tanto di retorica che non guasta, ad alcuni volti che mi sono passati davanti in questi mesi di nuovi ticket farmaceutici,  ai dolori che si fa finta di non sentire per non andare incontro a nuove analisi cliniche, cioè a nuove uscite sul magro bilancio familiare. Mi vengono in mente queste cose di fronte alla faccia vagamente triste del direttore generale e alle sue parole d’ordine un po’ vetuste: ma come, dopo tutta l’ironia che si è fatta sulla parola “razionalizzazione” viene ancora usata come pietoso sinonimo di  tagli alla spesa? Non sono ancora riusciti a trovare un  vocabolo meno compromesso?
Il succo del suo discorso, che ha avuto il pregio universalmente riconosciuto d’essere chiaro e diretto, è presto detto: non ci sono soldi sufficienti per reggere le tre strutture ospedaliere che attualmente compongono l’azienda. E la Regione mette solo una parte, circa il 60 %, della cifra necessaria per la sostituzione di due vecchi ospedali con una struttura nuova. Quindi? Quindi “le amministrazioni locali si mettano una mano sulla coscienza e una sul portafoglio per co-gestire i poliambulatori sul territorio, mettere a disposizione gratuitamente un’area su cui costruire il nuovo ospedale, convertire aree agricole di proprietà dell’azienda in aree edificabili” (si chiama “valorizzazione del patrimonio”).
Come vorrei che questo discorso, queste espressioni, queste sfumature potessero essere colte dalla gente comune! Come si fa a stare qui impassibili pensando alla retorica dell’imprenditorialità che infarcisce quasi tutti i discorsi sulla cosa pubblica, ai milioni di euro allegramente distribuiti con l’ultima finanziaria alle squadre di calcio, alla sbandierata volontà di ridurre le tasse?
Il risultato è che in questa popolosa porzione di hinterland metropolitano milanese non ci sono i soldi per garantire il servizio ospedaliero pubblico. Ma il buon manager parte dal vincolo che gli viene fissato: il budget limitato. Tutto il resto non conta e comunque può diventare flessibile: non conta la politica locale di gestione del territorio (i terreni agricoli possono diventare, magicamente, edificabili), non conta il traffico già congestionato (un ospedale solo è certamente più “razionale” di tre, peccato che si debbano fare i chilometri per raggiungerlo…), non contano i consigli comunali perché, si sa, i sindaci oggi possono fare quello che vogliono. 
Il manager è discendente diretto della politica (nominato da politici su criteri d’appartenenza politica) ma fa finta di non saperlo; ma, e questo è ancora più grave, fa finta anche di fare l’imprenditore: non ho i soldi, me li diano le amministrazioni comunali. E cioè i cittadini.
Datemi i soldi e sarò il vostro manager. Ha ragione il Ministro: basta.

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