30 aprile 2003

La speranza non gioca in difesa

L’associazione è una tra le poche che si occupano di rom e sinti, korakanè e Kanjaria, in una parola: di zingari. E i due operatori sociali ne hanno viste un po’ di tutti i colori: dai furori di cittadini inviperiti per la presenza abusiva di nomadi o per progetti di campi-sosta, fino ai giudizi taglienti maneggiati senza cura da politici e politicanti di destra, centro e sinistra (più spesso di destra o coi fazzoletti verdi al collo). Ma sono abituati anche ai furori di segno opposto: volontari della carità o operatori socio-culturali per i quali gli emarginati hanno sempre ragione e i rom sono solo degli incompresi esclusi dal pregiudizio malevolo della maggioranza. Ne hanno visti passare di suffragette o paladini senza macchia e senza paura e quindi guardano con occhio perplesso e opaco a chi scopre d’un tratto la condizione degli ex nomadi e li adotta con passione e un filo di incoscienza.
Non che siano privi di motivazioni, intendiamoci; altrimenti non farebbero il mestiere che fanno. Ma i due operatori, anche stavolta, sembrano lì per spegnere gli entusiasmi di questa donna apparentemente fragile, decisa a mobilitare decine di genitori della scuola frequentata dal figlio in favore di alcuni ragazzini rom minacciati di espulsione. Marion si sbraccia, si accalora e i suoi occhi neri trasmettono energia da vendere.
Guardo con curiosità questa scena forse già vista tante volte: da una parte del tavolo il realismo frutto dell’esperienza, dall’altra la passione e lo slancio di chi vede ingiustizia e non intende girarsi dall’altra parte.
Eppure, questa volta, penso tra me e me, può essere quella buona per vedere se una parte di noi ha conservato idealità praticabili, utili ed efficaci nel ribaltare situazioni apparentemente segnate dal destino. Già, perché Marion non è una qualunque: è una donna somala che ha conosciuto l’emigrazione e il pregiudizio, ma soprattutto è una mediatrice culturale. Parla sapendo indubbiamente quello che dice e le strade che traccia davanti ai nostri occhi parlano al cuore ma anche alle nostre intelligenze: disegna strategie, parla di contatti e conoscenze personali da attivare.
Marion non si vuole arrendere a quei genitori che vorrebbero sancire l’esclusione di questi minori così inquieti e “diversi” dalla scuola che frequentano. “No, non sono per nulla diversi da altri ragazzi altrettanto inquieti e scomodi, che danno fastidio e che spesso intralciano il tran tran delle classi e si atteggiano a bulli. Ma se questi ragazzi sono italiani vengono sopportati (sempre più raramente supportati) e portati in qualche modo alla fine dell’obbligo. Se invece sono rom, allora si possono accompagnare alla porta senza tante cortesie. Ma qualcuno ha avanzato una proposta positiva per loro? Sappiamo la loro situazione familiare e abitativa?
Alcuni genitori hanno scritto una lettera a preside e sindaco per protestare? Ho già raccolto le firme di decine di genitori in calce ad un’altra in cui dichiariamo la nostra volontà di adottare questa famiglia. Loro chiedono interventi per la sicurezza degli altri ragazzi che frequentano la scuola? E allora noi andremo da Amnesty International, dal questore, dal ministro…”.
Insomma, non bisogna giocare in difesa, ma rilanciare: ottenere per questa famiglia rom residente in Italia da anni, ma priva di permesso di soggiorno, il riconoscimento di uno status che le permetta di pensare al futuro. Senza cittadinanza, infatti, l’altissima frequenza scolastica dei figli servirà a poco: niente scolarità oltre l’obbligo, niente lavoro. Una strada, appunto, che sembra già segnata.
Bossi, Fini e la legge che porta il loro nome incombono; ma l’espressione dei due operatori non è più così assente.
La speranza si è aperta un varco: e per oggi è già più che qualcosa.

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