lunedì 31 marzo 2003

Spaghetti welfare

E’ difficile incontrare nei corridoi di un Comune un cittadino “comunitario”, ancora più raro trovarlo negli uffici che si occupano di servizi sociali o, come a volte ancora si sente dire, di assistenza. Qui sempre più spesso incontri uomini, donne e bambini dalla pelle scura o olivastra, ma Margy viene dall’Inghilterra e ha poco più di vent’anni.
La sua storia colpisce perché inaspettatamente ci fa riflettere sul nostro welfare, su come antichi vizi della nostra protezione sociale e nuove supposte modernità creino un pericoloso e mortificante mix tutto italiano, o almeno a noi così sembra.
Margy, infatti, cerca casa. Come capita spesso ai teenagers inglesi, quattro anni fa ha lasciato la famiglia d’origine e ha incontrato un giovane italiano dall’inconfondibile cognome partenopeo: il trasferimento in Italia, il matrimonio, un figlio che ora ha quasi due anni. Nel frattempo però, il giovane, quasi a corrispondere al pregiudizio dei genitori di lei, comincia ad avere guai con la giustizia: gli arresti domiciliari e la perdita del lavoro spingono la coppia sempre più ai margini. Margy e la sua famiglia diventano così a “rischio di esclusione sociale” o, nella corrente definizione comunitaria, “vulnerabili”.
Eppure Margy un lavoro ce l’ha: in un call center, un contratto a tempo determinato che non si trasforma mai in una più affidabile certezza. Nonostante i frequenti overtimeper guadagnare qualche euro in più e per compiacere i superiori, periodicamente ci sono per Margy due mesi di pausa forzata, per poi ricominciare con un nuovo contratto di sei mesi. Ci vuole poco perchè non  si arrivi più a pagare gli affitti di Milano e hinterland: ed ecco lo sfratto e la minaccia di doversi separare temporaneamente dal marito, ora completamente scagionato dalle accuse, per fare un disonorevole ritorno in famiglia.
Margy mi guarda, apparentemente tranquilla nonostante le preoccupazioni per il futuro, e riflette ad alta voce: “L’Italia vista da fuori sembra un paese moderno e civile. Ma io ora non riesco a ottenere un contratto di lavoro regolare e senza uno straccio di busta paga nessuna immobiliare mi affitta un appartamento. Dove vado ora, perché devo per forza tornare in Inghilterra? E pensare che laggiù per i giovani ci sono affitti contenuti e case disponibili e inserimenti lavorativi…”.
Mi fermo un attimo a pensare, sorpreso da questa capacità di andare al di là del proprio urgente bisogno e di ragionare in maniera critica, ma in fondo positiva, sulla società nel suo complesso. E chi le spiega adesso che qui in Italia abbiamo troppo spesso monetizzato il welfare, abbiamo migliaia di sospetti invalidi e altrettanti pensionati baby? C’è quel po’ di vergogna a dire che i soldi del welfare da noi sono andati troppo frequentemente a rinforzare certi redditi familiari piuttosto che a rafforzare servizi sociali di qualità per tutti. E ancora, ironia della sorte, chi le spiega che le forme flessibili di lavoro vengono sempre giustificate come un adeguamento agli standard di modernità europei, perché, si sa, “così succede in tutti i più avanzati Paesi d’Europa”? E che questa flessibilità fa inevitabilmente a pugni con un ”mercato” della casa tra i più rigidi al mondo?
Mi viene in mente la Thatcher, e poi Blair e Berlusconi, il cinema inglese più impegnato, ma Mergy è qui, e accanto ai suoi interrogativi c’è il suo bisogno; sarebbe bello discutere ancora, tuttavia c’è da trovare una via d’uscita.
Come spesso accade, nonostante la sensazione di avere a disposizione degli strumenti spuntati, c’è la convinzione che una strada si può e si deve trovare; una strada probabilmente assai poco lineare, in fondo anch’essa italiana.  Ma pur sempre una strada.

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