lunedì 10 marzo 2003

Case dell'altro mondo

Giovanna un figlio ce l’ha, da tanti anni; eppure è difficile incontrarlo, perché esce di casa esclusivamente una volta la settimana. C’è infatti un solo appuntamento fisso settimanale: non il lavoro, non gli amici, ma la schedina. Una sorta di scommessa per tentare di far svoltare una vita segnata dall’incapacità di vivere con gli altri da persona “normale”. E dunque ogni giorno il letto, fino a mattina tardi, e la cucina; la cucina e il letto: un pendolarismo tutto domestico che ha una eccezione, quell’euro e rotti da giocare sulla ruota della fortuna. Venisse un tredici per farci sentire finalmente qualcuno, finalmente “più” degli altri.
Giovanna racconta di questo figlio strano con un misto di fatica, paura e rassegnazione. Si capisce infatti che non c’è più molta speranza di trovare punti di riferimento veri al di fuori di sé stessa:  troppi anni di resistenza, troppi dottori, troppe delusioni.
E’ la fatica e la delusione che incontri spesso tra i parenti più stretti di pazienti psichiatrici. Le statistiche dicono che sono 90.000 in Italia i pazienti che non possono stare a casa propria, perché la famiglia non c’è più o non ce la fa più. E incontrando questi genitori ormai anziani ci si rende conto di quanto sia vero il fatto che sono state soprattutto le famiglie a farsi carico del peso della deistituzionalizzazione inaugurata dalla legislazione  Basaglia.
Ma Giovanna, in fondo, è ancora “fortunata”: ha un’età per lavorare, per guadagnare e, qualche volta, per resistere agli impeti di rabbia e agli scoppi  di violenza del proprio figliolo. E il disagio dello stare tutto il giorno in casa, tirate le somme, non mette in crisi più di tanto il bilancio familiare. Eppure, com’è ovvio, l’ansia comincia a farsi largo giorno dopo giorno: che ne sarà di questo ragazzo tra qualche anno, e cosa sarà di me quando sarò ancora più vecchia e debole?
In questi mesi ho incontrato persone che di notte dormono vestite, pronte a fuggire all’aperto per non prendersi le botte del figlio ormai più che in età, anziani che piangono come bambini perché della loro dignitosa pensione non rimane che qualche euro sottratto al delirio dispendioso di discendenti senza arte né parte.
Certo, ci sono tanti buoni operatori sociali e sanitari, ci sono esperienze importanti quasi sempre sperimentali, ma l’impressione è di una grande solitudine delle famiglie alle prese con la malattia mentale. E in fondo sappiamo che solo il 10 % delle persone con disturbi psichiatrici arrivano ai servizi.
Da altrettanti mesi leggiamo di proposte di legge per una riforma significativa della legge Basaglia e per lo sviluppo di “strutture protette” dedicate soprattutto ai cosiddetti nuovi cronici. Diciamolo: non è bello pensare di tornare indietro e la fine dei manicomi è stata indubbiamente una conquista di civiltà, eppure il dubbio rimane: si può ignorare la fatica di queste famiglie?
Ma forse il vuoto da colmare va al di là di una evidente carenza di strumenti; ce lo descrive lo psichiatra Franco La Spina, dalle colonne de “La Repubblica”: <La malattia psichica è soggetta da molti anni a uno squallido abbandono. Non siamo tornati ai tempi dei manicomi. Non ancora. Eppure stiamo assistendo a qualcosa di peggio, alla reclusione della psichiatria in modi di pensarla talmente angusti, riduttivi e incomprensivi dei pazienti da risultarne, per questi ultimi, una reclusione forse peggiore. E questi modi di pensare, ridotti alla somministrazione del farmaco, alle dosi, alle statistiche degli effetti psichici (mi guarderei dal chiamarli miglioramenti) introducono il “numero”, con tutta la sua inane e insignificante oggettività, nel mondo dell’esistere, dell’essere al mondo in modo “differente”>.

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