venerdì 28 febbraio 2003

Il tavolo di Daniele

E’ difficile vedere Daniele fermo a un tavolo con la testa china, ma oggi va così: storta, terribilmente storta. Sembra che anche per lui sia arrivato il momento dell’atroce dubbio sull’utilità del lavoro in comunità, del suo impegno ormai più che decennale tra i tossicodipendenti.
Sciupafemmine, lo chiama qualche amico forse con una punta d’invidia, ma il phisique du role c’è tutto: cuore caldo di calabrese, fisico da atleta e piglio di chi pare non sapere cosa sia la paura. La sua specialità: portare i “ragazzi” della sua comunità a rompersi l’osso del collo sui sentieri alpini in mountain bike o farli scaricare con lospinning sulle cyclette a ritmo di musica techno.
Ma oggi no, non è tempo di avventure o di vigorose pacche sulle spalle; è piuttosto il tempo grigio della domanda: ma che ci faccio qui?
E qui è una comunità di recupero per tossicodipendenti coordinata da lui: venticinque ospiti, sei operatori pronti un po’ a tutto, un progetto educativo costruito nel tempo che ora pare non convincere più, col fiato corto ad adeguarsi alle nuove leve di tossicodipendenti. “Nuove leve si fa per dire – attacca ironico Daniele –l’età media è già abbondantemente sopra i trenta e  non mancano gli ultraquarantenni. E noi che li chiamiamo ancora ragazzi!”. Già, perché gli ingredienti di una comunità, girali come vuoi, in fondo sono sempre gli stessi: un contesto più o meno separato dal mondo, fatto di regole da rispettare, di premi e punizioni da conquistare o subire.  “Un nuovo percorso da bambini, insomma. Un percorso sempre meno accettabile da persone ormai comunque formate,  che magari stanno in comunità per evitare quel che resta da scontare di galera. Ti accorgi che molti di loro hanno bisogno proprio di un posto come questo, di qualcosa e qualcuno che li contenga e che li re-indirizzi”.
Eppure la dimensione del gruppo sembra non bastare più a innescare processi di cambiamento soddisfacenti e agli operatori di comunità viene richiesta una sempre maggiore attenzione ai percorsi e alle necessità strettamente individuali e una crescente tolleranza verso comportamenti che una volta non sarebbero stati accettati. “Ma come fai a mantenere le regole rigide quando sai che dimettere una persona che le ha infrante significa farla tornare dietro le sbarre? E poi ci sono, sempre più frequenti, le persone a doppia diagnosi, quelle cioè tossiche ma anche con seri disturbi psichiatrici. Come fai a regolarti, in questi casi, sul tasso di aggressività accettabile? Dicono dovete lavorare  insieme al ragazzo sul suo problema d’aggressività. Già, e gli altri che “matti” non sono mangiano la foglia e cominciano a capire che può diventare accettabile sputare per terra, insultare, spaccare un vetro. E così, dove andiamo a finire?”.
Non c’è solo questo nell’amarezza di Daniele, ci sono i tanti problemi che la convivenza quotidiana ti pone di fronte e che paiono difficili da governare. C’entra anche l’età, evidentemente: quella degli ospiti, ma anche quella degli operatori. Da un lato infatti, la diffusione delle famose “nuove” droghe, dalle semplici modalità di consumo e apparentemente poco dannose, ha prodotto una generazione di consumatori poco incline a riconoscersi dipendente e quindi a venire in comunità; dall’altro c’è anche la difficoltà a trovare educatori che accettino di fare un lavoro che, volenti o nolenti, interferisce in maniera importante su tutto il resto della tua vita.
Un mestiere che non può essere solo un mestiere e che a volte ti richiede brusco di fermarti a un tavolo, con la testa china.

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