giovedì 23 maggio 2002

Quando i numeri non tornano

La conferenza stampa viaggia tranquilla verso la sua conclusione: qualche domanda, osservazioni, puntualizzazioni. Si sta presentando il lavoro di informazione e prevenzione all’uso e all’abuso di droghe in alcune delle scuole superiori della città.
Tutto liscio: una decina di giornalisti, la gradita presenza di alcune delle persone che hanno appoggiato, promosso o finanziato il progetto.
Quando, dal lato sinistro del lungo tavolo, chiedono di intervenire. Lo conosco: è un ingegnere, un manager dell’Associazione degli industriali della provincia; uno, chissà poi perchè, interessato e impegnato a costruire ponti e collaborazione tra il mondo dell’impresa e quello dell’impegno sociale.
“Non avete mai pensato di fare un’analisi quantitativa del vostro lavoro, misurandone concretamente i risultati?. Faccio un esempio: se si riuscisse a dimostrare che prima del vostro intervento due studenti su trenta si drogavano e, dopo il lavoro in classe, ne è rimasto uno solo…Se davvero il vostro progetto avesse dei risultati di questo tipo, allora basterebbe diffonderlo in tutte le scuole superiori per…”
Dio mio, e adesso cosa gli diciamo? Se prima due si drogano, e poi uno…, ma che senso ha?
Ora, a distanza di qualche giorno, non importa la risposta data; rimangono piuttosto lo sconcerto e le riflessioni suscitati da quell’intervento, soprattutto se affiancato ai volti dei ragazzi incontrati nelle classi, ai loro casini, a quel dibattersi ansioso tra giochi d’infanzia e paure del futuro. Come si può arrivare a sessant’anni o giù di lì  e non avere nemmeno la sensazione che la realtà sia maledettamente più complicata dei tuoi numeri, che tornano, tornano sempre? Com’è possibile passare in mezzo alla vita senza rendersi conto di cosa vuol dire fare la fatica di un processo, di un cammino, di una relazione tra persone?
Viene in mente Guccini: “presto t’accorgerai com’è facile farsi un’inutile softwear di scienza e vedrai che confuso problema è adoprare la propria esperienza”. Ecco, che tipo di esperienza hanno certe persone, che rapporto hanno coi loro figli o nipoti? Anche qui è sempre tornato tutto? Ogni cosa misurabile, quantificabile? Tutto causa-effetto?
D’accordo, d’accordo, quest’uomo ha fatto l’ingegnere, il manager per tutta la vita, andiamo!
Sì, però è strano lo stesso. E’ strano come certe esistenze, certe terre, siano di vetro nel senso che tutto sembra essere liscio, semplice, lineare; e altre vite, altre terre, appaiono di vetro per motivi opposti: perchè hai la netta sensazione di un equilibrio precario, fragile, appunto, come il vetro. Una sensazione che hai spesso quando entri in un gruppo di quindici-sedicenni e parli con loro della vita di tutti i giorni, di ciò che accade, del presente e del futuro. Perchè si usano le droghe? Boh! E capisci che non è una questione di autodistruzione, c’è invece tutta la sfida del crescere, dello sperimentare, del vivere in modo diverso e autonomo da quello degli adulti.
Già, gli adulti. Nell’ultima classe che ho visto mi ha colpito la mancanza del senso di prospettiva: questi ragazzi arrivano a immaginarsi, al massimo, tra qualche mese (magari quelli estivi) e a parole chiedono alla vita ancora due decenni. Quarant’anni, non di più, per carità! “Non vogliamo diventare come i vecchi” - dice uno – “come quelli che ci rompono le scatole al supermercato. Sono quasi morti!”.
Parole dure, assolute, che da un lato sconcertano e dall’altro suscitano una tenera ironia. Ma, in fondo, chi è l’adulto? L’adolescente cannaiolo che si fa domande sulla vita o l’ingegnere causa-effetto?
Anche qui i numeri non tornano proprio. Come (quasi) sempre.

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