10 novembre 2001

Pillole d'inverno

Dopo il ponte, subito a destra con una curva a gomito. Siamo a Bologna, vicinissimi alla stazione; eppure la strada bianca e polverosa, i graffiti sui muri, i rottami sparsi qua e là e le gru dei cantieri che incombono tutti’intorno fanno pensare più all’abbandono di una periferia. E’ in questi vecchi ex capannoni ferroviari che ha messo radici uno dei centri sociali più famosi d’Italia. La storia dei rapporti di questo centro sociale con la città che gli sta intorno è più o meno sempre la stessa, qui come a Milano o a Torino; per dirne solo una: chi ha prenotato un appartamento nello stabile in costruzione a un paio di decine di metri di distanza ha posto come condizione per l’acquisto definitivo lo sgombero del centro sociale.
Eppure anche i centri sociali, avvertiti dalla parte bene delle città come residuali e antagonisti, come luoghi destrutturati, fuori dalle regole comuni e per definizione contro, anch’essi devono fare i conti con persone, ragazze e ragazzi ancora più fuori, al di là di ogni organizzato e tutto sommato compatibile antagonismo.
Eccoli, infatti, attestati anche fisicamente appena fuori dai cancelli del centro; l’apparenza è quella di un circo: vecchi furgoni colorati, sacchi a pelo sparsi attorno, musica techno  ad alto volume e, tra una cresta gialla e una rossa, facce di chi si è appena svegliato nonostante mezzogiorno passato.
“Sono un po’ come i figli dei fiori degli anni ’70 – ci dice Lucio, da anni impegnato nel laboratorio antiproibizionista del centro sociale – figli dei fiori tecnologizzati che viaggiano da un rave all’altro per l’Italia e per l’Europa”.
Si accampano dove capita, non hanno o non hanno mai avuto professione e occupazione, condividono in tutto e per tutto la vita di nomadi post moderni. Ai bordi dei bordi, verrebbe da dire sentendo Lucio che descrive la fatica di occuparsi di loro, di “stargli dietro” perchè, ad esempio, il loro rapporto con le droghe non diventi un abuso continuo. “Alcuni di loro lo fanno solo per un breve periodo, e magari hanno in tasca anche una carta di credito; al primo casino telefonano a casa, fanno dietrofront e rientrano nei ranghi. Ma la gran parte di loro ha ormai tagliato i ponti con la vita ordinaria di un tempo, ha perso ogni riferimento e vive così, senza mete apparenti. E finché c’è la bella stagione, non c’è problema e può essere anche divertente. Ma ora l’inverno è alle porte e diventa veramente dura…”.
Viene l’inverno e chi ha la possibilità di invertire la rotta magari sta già pensando di farlo; gli altri no, con percing e look da punkbestia a continuare i loro giri a suon di pillole e street parade. Viene da pensare allo strano destino di chi si identifica  troppo o prende dannatamente sul serio una tendenza, una modalità espressiva o uno stile di vita trendy. A poco a poco la massa dei coetanei mette da parte trasgressioni, ridimensiona abiti e abitudini sopra le righe per ritornare  a più ordinari stili di vita. Non è solo riflusso o mero conformismo, è anche crescita fisiologica, sviluppo di esigenze e stili di vita altri rispetto a quelli dell’adolescenza o della prima giovinezza. Questi, i pochi, rimangono invece fermi un giro e rischiano di non cambiare più, in una fedeltà che alla fine diventa marginalizzante, non raramente autodistruttiva.
Ce lo conferma, seppur indirettamente, anche Lucio: “Molti di coloro che frequentavano i rave a Bologna e dintorni hanno ultimamente cambiato abitudini di consumo e droghe di elezione. Per certi versi l’ecstasy ha già lasciato il terreno a nuove sostanze che meglio si adattano a diverse situazioni di vita e che non sono così connesse al ballo con un certo tipo di musica. Tipico è l’esempio della cocaina; si diventa grandi e anche la sostanza non può più servire solo per essere brillanti comunicatori nel corso di una notte frenetica, senza dormire e senza mangiare”.
A proposito, sono quasi le due, chissà come mangiano i nostri amici là fuori, nei loro furgoni?
 “Chi, quelli? Ma va là, si calano il pillolo anche oggi che è lunedì e arrivano dritti dritti fino a sera”.
Già, avanti così, che l’inverno è arrivato.

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