giovedì 2 novembre 2000

Il cerchio di Ioda

Ioda ha sei figli, ma quando se ne parla si finisce sempre per approssimare: “sei o sette, mi sembra”. Abita in una roulotte e due baracche circondate da animali da cortile, per qualche tempo anche un maiale. Come molti rom la roulotte occupa  un ritaglio di città, un angolo di proprietà comunale tra la ferrovia e la tangenziale; uno di quegli angoli che devi proprio conoscere, altrimenti ci passi e non lo vedi nemmeno: perfetta metafora dell’esistenza rom nelle nostre città. Come quasi tutti i rom dà fastidio anche solo per il fatto di esistere, di stare in un posto qualunque di una cittadina della cintura milanese.
Ma Ioda non è una zingara come tante, perché la sua vicenda personale ha subito una svolta decisiva: qualche anno fa ha rotto con il clan e l’etnia di appartenenza. A prima vista può apparire un incidente come tanti, un particolare significativo ma superabile della propria biografia, eppure per un rom equivale a compromettere il rapporto più vitale che esista: quello con la propria famiglia allargata. Il cerchio formato dalle case viaggianti delle famiglie consanguinee rappresenta il modo di vivere e di guardare al mondo dei rom; altro non ce n’è, o comunque non si inventa da un giorno all’altro. Tagliare quel cordone ombelicale vuol dire quasi sempre iniziare una odissea senza prospettive, significa diventare due volte ex: da ex nomade, come ormai quasi tutti gli zingari che vivono a Milano e hinterland, a ex kalderash o  ex kaniaria.
E Ioda, con la sua famiglia, è infatti su una zattera senza punti di riferimento. Ne abbiamo viste altre di famiglie così: quando la bussola della vita gira come impazzita non c’è neanche la capacità di allungare una mano per chiedere un aiuto che non sia denaro e non si riesce ad afferrare le cime che da più parti vengono gettate.
Ci hanno provato in tanti, qui: i volontari che loro malgrado hanno finito per fare dell’assistenza senza criterio, le assistenti domiciliari che hanno colmato le lacune del lavoro domestico e di cura senza riuscire a costruire una vera prospettiva di autonomia, il servizio sociale che ha fallito il tentativo di impostare una relazione di aiuto che ponesse al centro i minori.
Niente sembra servire, non c’è risposta e non sembra esserci percorso possibile, anzi. Qualche settimana fa la roulotte di Ioda è stata spostata per consentire alcuni lavori stradali. Inaspettatamente si è rotto così un altro equilibrio, ed è esplosa la rabbia dei figli più grandi, ormai adolescenti. Due ragazzi che probabilmente avvertono con più sofferenza questa drammatica assenza di prospettiva e di identità: e allora via con le razzie nella fabbrica vicina, a tutto gas con la macchina dei grandi. Il figlio maggiore ora è all’Istituto penale per minori, dopo aver tentato maldestramente di scippare un’anziana signora; il secondo comincia a distinguersi come l’ennesimo bulletto per le strade della periferia.
Agli operatori più sensibili e motivati non resta che arrendersi; la profezia della maggioranza dei gagè si è autoavverata: vedete, non c’è niente da fare, sono asociali, sono ladri per natura.
E se non è domani, sarà dopodomani, quel ritaglio di città servirà a qualcun altro: una casa, una strada, un cantiere per i quali sarà necessario un nuovo trasloco.
Altro giro, altra corsa.

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