venerdì 23 giugno 2000

Di chi ha paura Milano?

“Vedi? Le fototessera dei documenti d’identità, quando le fotocopi, diventano un po’ tutte uguali, – dice tranquillo Franco alzando e abbassando il coperchio della macchina – c’è quell’effetto “negativo” che stempera e acuisce allo stesso tempo. Puoi schiarirle, ma i tratti risultano sempre un po’ compromessi; emergono solo alcuni punti: gli occhi, le sopracciglia, il naso. Non so come dire, sembrano più caricature che persone. Non è un po’ come li vorrebbero i milanesi?” Già, l’immagine è un po’ brutale, ma non poi così inadeguata. Le foto, infatti, sono quelle degli emigrati che  in questi primi mesi dell’anno sono stati sotto la lente d’ingrandimento delle cronache locali e nazionali; uomini, donne e bambini sgomberati dalle aree dismesse che occupavano abusivamente, per ritrovarsi sulla strada. Il senso di insicurezza che tende a prevalere nelle aree urbane e la demagogia di molti amministratori e politici li ha additati come la causa principale della presunta ondata di violenze dei primi giorni dell’anno: l’emergenza criminalità è diventata, volenti o nolenti, l’emergenza immigrazione. E viceversa.
Pare davvero che non sia importante distinguere i volti, i percorsi e le storie di queste persone: la Giunta municipale di Milano ha dichiarato di non voler muovere un dito sul fronte dell’accoglienza ed è stata finora coerente con questa impostazione; l’unico centro di accoglienza pubblico lo ha realizzato la Provincia, al di fuori delle sue competenze, per ragioni umanitarie: perchè, ha dichiarato il suo Presidente, ci si trovava di fronte a una “violazione dei diritti umani”. La maggior parte delle persone sloggiate senza una prospettiva concreta  ha scampato il gelo solo grazie ai centri del privato sociale e, in primo luogo, ai centri sociali autogestiti. La gran parte dei partiti, infine, ha fatto a gara nel dire che gli immigrati irregolari non possono essere accolti e quindi devono essere rimpatriati.
Ma di chi ha paura Milano? Chi sono veramente queste persone che hanno cercato miglior ventura in città? La sessantina di immigrati ospitati dal centro sociale Leoncavallo sono intere famiglie di Moldavi e Ucraini, stesso panorama lo offrono quelli ospitati in una casa occupata dal centro sociale Chapas. Nessuna traccia del cliché fatto di spacciatori nordafricani o malavitosi albanesi. E se scorriamo le carte di coloro che ogni giorno ricorrono ai pasti caldi del Centro di Accoglienza San Francesco, ci rendiamo conto di chi siano le vere vittime di questa ondata di irragionevolezza. Ucraini (totale 59); 15 uomini, tra i quali: sette autisti, tre muratori, un allenatore sportivo, due studenti universitari, un saldatore, un laureato in legge; 44 donne, tra le quali: due bibliotecarie, quattro maestre, due segretarie, quattro infermiere, un ragioniere, una pianista, una commercialista, un ingegnere, due commesse, una sarta e tre parrucchiere, una dentista e una odontotecnica. Milano ha chiuso istericamente le porte e ha rischiato di negare la più elementare delle accoglienze, quella che salva la vita, a un piccolo esercito disarmato in cerca di fortuna. Ma vale davvero la pena fare la guerra all’insegnante della Moldavia, al cuoco rumeno, all’operaio kosovaro, al fotografo etiope e alla cantante venezuelana?
Ma sì, tanto poi ci pensa la fotocopiatrice a fare giustizia; tutti uguali, tutti confusi dal toner.
Tutti, finalmente, distanti.

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