21 maggio 2000

La scelta di Luigi

Fermata della 49. E’ come un flashback: sono passati quattordici anni, ma pare ancora di vederlo lì. Lo riconoscevi subito sotto questa pensilina o giù per via Zurigo: la sua mole, l’incedere ostacolato da pantaloni dalla taglia improbabile, i baffi e i capelli lunghi, rosicci, raccolti in un codino. Infine le immancabili borse della spesa con dentro un po’ tutto il suo guardaroba; le bottiglie di birra, il walkman. Luigi era fatto così, un obelix metropolitano che aveva perso per strada il resto del villaggio. Era rimasto solo lui a resistere ai romani di turno.
Quando fece la scelta? E poi, la fece mai sul serio, consapevolmente? Era la fine degli anni settanta, a Milano; il percorso è stato quello di molti ragazzi della sua età: gli amici, le domande attorno all’esistenza, i cortei per il diritto alla casa e per una scuola diversa, le dirette a Radio Popolare. E, come tanti, l’uso delle sostanze come contro-cultura, come segno tangibile della ricerca di una dimensione di vita alternativa: hashish, anfetamine, infine l’eroina. Non furono in pochi, in quegli anni e nei quartieri periferici di Milano a percorrere questa strada. Poi, a poco a poco, la risacca; lo studio, la famiglia, il percorso di vita, l’età…rimasero in pochi sulla battigia, un po’ persi. Luigi non scelse la lotta armata, no. In fondo era davvero un utopista, un candido appassionato dalla dimensione spirituale della vita. Rimase semplicemente indietro; invischiato nell’eroina. Per qualche tempo fece anche l’odontotecnico con qualche successo, poi…la strada. Degli affetti più vicini non gliene erano rimasti; i parenti più prossimi, ormai, non volevano nemmeno vederlo.
Ogni mattina il solito giro: la notte al dormitorio pubblico, poi al Sert per bere la dose di metadone, la ricognizione nei super per rimediare il pranzo, il giro degli amici e, infine, da noi in comunità per scambiare quattro chiacchiere e per racimolare qualche biglietto da  mille per le birre e gli psicofarmaci. Il piglio era quello del tossico vissuto che guarda ai pischelli delle nuove generazioni come a dei parvenù senza cultura e senza storia. E in realtà le conversazioni con lui erano quasi mai banali: la vita, la morte, Dio,  i filosofi, le letture colte dei libri che rubacchiava qua e là.
Quanti tentativi di trovargli un lavoro, un contesto, una prospettiva vivibile; tutti quelli che si erano appassionati alla sua storia e avevano voluto dargli una mano si erano dovuti arrendere, prima o poi, di fronte alla sua irriducibile “scelta” di fare un percorso diverso dalle persone regolari. Il metadone lo aveva in qualche modo stabilizzato, fermato: non doveva più rubare grosse somme, non doveva sbattersi per trovare la roba. Eppure non si è mai trovata una via d’uscita. “La vera domanda che dobbamo farci su Luigi – mi disse una volta un educatore – è per chi dovrebbe vivere”.
Ricordo bene l’ironia beffarda di cui era capace, quella bocca ormai sdentata e quello sguardo che a volte diventava gelido, distaccato, assente. In quei momenti l’avresti detto capace di fare del male a molti, invece era scappato dalla cantina in cui stava da qualche anno al Gartosoglio per paura di un gruppo di giovanissimi skinhead che si erano pesantemente divertiti alle sue spalle.
L’ultimo tentativo di dargli maggiore dignità e autonomia si è rivelato quello beffardamente fatale: finalmente un monolocale tutto suo, qualche soldo per campare e la sfida di darsi qualche regola di vita. L’hanno trovato invece qualche giorno dopo la sua morte  in una desolazione se possibile ancora più grande.
Allora rimase un rimorso un po’ in tutti, un’ombra di tristezza: se avessimo tentato ancora, se fossimo stati più presenti, se gli avessimo dato più attenzione.
Già, ma per chi?

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