20 maggio 2000

Il marocchino

Scena prima.
Inversione a U, passo sui binari: nessun tram in vista. Pieno agosto, sole allo zenith, finestrino aperto. Non c’è molta gente in giro a quest’ora e tre uomini che si strattonano  non passano inosservati. Rallento, ma il gruppetto si avvicina sempre di più al centro della strada; uno di loro sembra divincolarsi dagli altri due. Mi sembra ubriaco, o sotto l’effetto di sostanze: qua vicino c’è una piazza famosa per lo spaccio. Pochi secondi, e l’uomo, invece di evitare la mia auto, mi punta con decisione fino a buttarsi letteralmente sul parabrezza che diventa una ragnatela di schegge a malapena trattenute. Non c’è tempo per riflettere; l’uomo, sempre lui, attraverso il finestrino si aggrappa al volante e grida. Il sangue cola dentro, esco precipitosamente dall’altra parte.
Qualche auto si ferma, da una vicina rimessa esce qualcuno,  i tre si allontanano. 
“Un marocchino, un marocchino sul vetro della macchina”, spiego ai colleghi che mi guardano sorpresi dal mio repentino ritorno e allibiti di fronte a una frase che non sembra avere molto senso.
Dunque anch’io: non dico “uno” o, come si legge sui giornali, “un cittadino extracomunitario”. Ricorro invece a quell’unica parola che contiene tutto e niente, che non definisce e distingue la persona, ma mira tutto sommato a bollare, a siglare una supposta inferiorità. Marocchino, e ho detto tutto. 
In realtà non era un marocchino, ma un tunisino; e a dire il vero non era nemmeno “un uomo”, ma un ragazzo con qualche anno in meno di me. Nome e cognome, una storia di emigrazione clandestina e di spaccio alle spalle. Già più che conosciuto, scoprirò più tardi, da carabinieri e polizia.
Non capita tutti i giorni di imbatterti così direttamente e così violentemente in un’altra esistenza. Di solito si può glissare, guardare da un’altra parte, far finta di niente. Questa volta no, non c’è stata via di fuga: l’altro, quello scomodo, mi è piombato addosso senza che potessi far niente e mi ha anche sfiorato col suo sangue.
Nei giorni successivi ho vissuto con la forte sensazione che una parte del male del mondo mi avesse toccato direttamente, mi avesse scovato e interpellato in profondità nella mia tutto sommato tranquilla vita di tutti i giorni.
Ma quello che mi ha colpito più di altro è stato scoprire che tutti, dai passanti ai “soccorritori”, dalla polizia al funzionario dell’assicurazione, erano immediatamente e completamente dalla mia parte. Lo capivi dai consigli di sporgere denuncia per evitare che “quello” se ne approfittasse, magari denunciandoti per lesioni; ma lo capivi soprattutto dal fatto che nessuno nutriva il benchè minimo dubbio sul fatto che fosse stato lui a buttarsi sul vetro e non tu ad averlo investito, anche inavvertitamente. Non c’è incertezza, non c’è perplessità: d’altra parte non siamo in periferia? Non c’è, proprio a due passi da qui, una fabbrica in disuso occupata da “quelli”? Nessuno si sorprende di un racconto in fondo così strano: una persona che si butta sul vetro di un’auto. Tutti sono un po’ troppo cordiali e disponibili, senti che qualcosa non funziona: capisci, in fondo, cosa vuol dire essere considerati esseri umani di serie B.
Scena seconda.
Sono nella caserma dei carabinieri per gli accertamenti del caso. Entra un altro nordafricano per denunciare il furto della sua auto: “ma è sicuro? Le hanno rubato la macchina? Proprio a lei?”.
Scena terza.
Comunicazione dal pronto soccorso del vicino ospedale: l’uomo del vetro è stato ricoverato con una ferita di arma da taglio alla coscia.

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