venerdì 10 marzo 2000

Isole

Federica e Paolo non si conoscono, non si erano mai incontrati. Certo, la diversa età, l’estrazione sociale, due quartieri distanti tra loro qualche chilometro. Eppure c’è dell’altro: tutti e due vivono a Milano, ma è come se abitassero in due città distinte, separate nettamente e tra loro non comunicanti. Nella città della comunicazione, che va in Europa col chiodo fisso della “rete” globale, puoi scoprire un grande arcipelago fatto di isole.
Federica ha più di quarant’anni e fa parte della Milano borghese di orientamento democratico; una posizione solida, un’impresa editoriale ereditata dal padre e ancora prima dal nonno, l’impegno in una delle istituzioni culturali più prestigiose della città e una tradizione di filantropia e solidarietà concreta.
Ma oggi muove i suoi primi passi in un Centro di aggregazione giovanile della periferia e  scopre un mondo sconosciuto: le sbarre alle finestre, i graffiti sui muri, la sala prove per fare musica, vittorie e sconfitte di un piccolo gruppo di operatori sociali. Gli educatori parlano di Paolo e del suo gruppo: la fatica di farsi accettare, i contrasti duri, le periodiche incursioni notturne nei locali del centro, i piccoli progressi a scapito della gretta cultura delle famiglie di origine.
Paolo, come tutti i suoi compagni di gruppo, fa parte di quella seconda o terza generazione di emigrati dal sud che ormai non fa più notizia; non se ne occupa più la sociologia, quasi nessuno spazio nelle cronache giornalistiche intente a descrivere l’ “invasione” degli extracomunitari. Semplicemente non esistono; hanno sedici-diciassette anni, senza un grosso futuro davanti: poca scuola, niente lavoro.
Stanziali più per necessità che per scelta, i ragazzi e le ragazze del gruppo di Paolo hanno visto raramente il centro della città. Vivono in un loro mondo fatto di espedienti e avventure notturne, sbirri e infami, ferree leggi non scritte che regolano la piccola jungla del quartiere; i valori e i codici che hanno succhiato fin da piccoli sono più o meno gli stessi per tutti: la ricchezza, la furbizia, la forza, la diffidenza verso ciò e chi non si conosce.
Dall’isola di Federica non si vedono i cortili abitati e così strenuamente difesi da Paolo e i suoi amici. Non è forse un caso che, alla fine di questo giro tra servizi pubblici e privati che si occupano di emarginati, a Federica rimane impresso più di tutti il Centro di Paolo.
Perché è vero, di Milano si conoscono pressoché tutti i guai: la prostituzione, lo sfruttamento dei più deboli, i senza fissa dimora, i piccoli slavi ai semafori e gli eroinomani alla stazione centrale. Ma non si riesce quasi a immaginare l’esistenza di intere vie della città nelle quali crescono centinaia di adolescenti lasciati a sè stessi, quartieri nei quali la vita sociale finisce col calare del sole o giù di lì.
Non siamo a New York e tutto sommato non c’è un sindaco sceriffo; ma, continuando così,  quanto ci vorrà per vedere in azione le prime baby gang?

Nessun commento:

Posta un commento