12 gennaio 2000

Spigolature

E’ una scena abituale nelle grandi città: la porta si apre con il consueto fragore, la gente scende dalla carrozza, qualcuno sale e sembra finire tutto lì. Ma ecco che arriva, proprio quando il sibilo della porta annuncia la partenza verso una nuova stazione. Di solito è una donna con almeno un bambino o una bambina, più raramente vedi un uomo: comuni  a tutti sono i vestiti poveri e quella cantilena poco simpatica che mette subito in allarme gli altri passeggeri. Sì, anche oggi avverrà almeno una decina di volte su questa carrozza, l’eterno incontro tra il pendolare della metropolitana e qualche nomade che spigola gli avanzi dei nostri consumi.
Il comportamento dei passeggeri è quasi sempre lo stesso: una prima occhiata istintiva verso chi, contravvenendo alle regole non scritte del metrò, si mette a parlare ad alta voce, qualche accenno di fastidio o di compatimento verso i piccoli; poi, spessissimo, l’immersione attenta e concentrata su ciò che fino a quel momento si stava facendo con distacco o con superficialità. Il giornale diventa molto più interessante di prima, la conversazione con l’amico o il collega pare assorbirti come non mai, perfino la pubblicità che spiove dall’alto della vettura sembra proporre particolari prima solo superficialmente considerati. Quando la mano stesa a cercare carità si muove per la carrozza sembra formarsi un’onda che fissa gli atteggiamenti consueti e quasi paralizza le persone; passata la richiesta si può alzare la testa, guardare chi scende dal treno, muovere qualche muscolo in più.
Già, ciò che appare a un’occhiata superficiale è più o meno sempre questo. Alla fine prevale, nella maggior parte delle persone, l’immobilità, il rifiuto a dare: si tratta però di un diniego che non viene espresso da un gesto definito, quanto piuttosto dall’assenza di movimento. E infatti, quando qualche bimbo un po’ meno accorto, o più smaliziato di altri, si attarda davanti a qualcuno, pare di assistere a un silenzioso e istantaneo duello. Ad armi dispari.
Ma cosa gira nella testa e nel cuore, davvero? C’è ancora un po’ di battaglia o no? C’è ancora qualcuno che avverte questo miscuglio di ansia, voglia di lasciarsi andare e timore di farsi imbrogliare, compassione per i bimbi e rabbia per quelle donne mandate in cerca da uomini che se ne stanno nei bar circostanti? Magari si pensa istantaneamente ai propri di figli, alla propria condizione, ai propri averi: ma con quale disposizione d’animo?
No, oggi non c’è molto da spigolare su questo treno, l’ondata gelida ci ha paralizzato più del solito, o forse sei solo arrivata in ritardo, dopo un’altra come te.
E allora si scende, insieme, alla stessa stazione dal colore giallo; mi guardo attorno, l’uscita è un po’ lontana e, contrariamente al solito, mi fermo davanti all’ascensore. Mentre premo il pulsante arrivi proprio tu, con tua figlia fasciata in braccio, che chiami l’altro ascensore. Sono attimi, sguardi lanciati da mondi che sembrano distanti chilometri. La luce si accende, la porta del mio ascensore si apre; il cenno è istintivo, ma in fondo un po’ grottesco: prego, prima lei.
Non conosco nessuno che, fatto passare su un ascensore arrivato prima del proprio, si rifiuti di salire; questa volta, invece, il diniego è chiaro e netto, la testa si muove e dice no.
Pan per focaccia, verrebbe da dire.
E con meno ipocrisia.

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