10 gennaio 2000

Autogestioni

Arrivi all’entrata della scuola e ti accoglie un gruppo di studenti praticamente accampato di fronte alla grande porta a vetri. Capisci subito che c’è aria di autogestione; nessun preside, nemmeno il più disponibile e aperto nei confronti dei propri studenti, permetterebbe di fare un assembramento di questo genere. L’incauto visitatore, allora, deve passare tra due ali di studenti divertiti e pronti alla battuta d’occasione: “Si passa di qui?” “Se ci riesce!”.
In queste settimane un po’ in tutta Italia c’è mobilitazione all’interno degli istituti superiori. Per lavoro mi è capitato di girare una quindicina di scuole di Milano e dell’hinterland; si tratta di un’esperienza interessante, anche perchè spesso parlo di droghe e di problemi giovanili con studenti e insegnanti, temi cioè che ritornano molto spesso nelle ore di autogestione dei ragazzi e così raramente nei curricula e nei programmi ufficiali. E’ infatti un dato comune, dagli istituti professionali ai licei classici, tanto per usare una discutibile quanto stantia classifica tra le scuole: le droghe si ritagliano un posto di primo piano quando gli studenti si trovano di fronte al problema di come riempire il tempo di una autogestione.
Mi pare che questo dato possa aprire tante domande sulla distanza che rischia di separare la vita quotidiana reale e i luoghi deputati all’istruzione e all’educazione dei più giovani. Ma quello che più colpisce l’ospite, anche occasionale, sono le profonde differenze tra l’autogestione in un istituto professionale della periferia e una delle tante altre scuole. Al liceo o all’Istituto tecnico, pur tra mille contraddizioni e problemi, le classi chiamano esperti dall’esterno o creano occasioni di confronto su questo o quell’altro argomento. Rivendicano  e protestano anche per cose molto concrete, come la riparazione del crollo di parte del soffitto o il mal funzionamento dei bagni; ma discutono anche di vita quotidiana e, inevitabilmente a quest’età, di droghe. Per lo più, riferiscono un po’ infastiditi i docenti, tengono riunioni sul tema per arrivare a conclusioni drastiche quanto superficiali, forse un tantino giornalistiche: le droghe leggere non fanno male, dunque gli adulti la smettano di farci tante menate sull’argomento.
Invece negli istituti professionali di Baggio, all’estrema periferia ovest della città, ma anche in qualche centro della provincia, si discute poco; e si pratica tanto. Molte delle ore in autogestione, infatti, finiscono per essere un’occasione per celebrare un rito collettivo che, normalmente, si fa fuori dalle mura scolastiche: la fumata della “canna”, dello spinello. E spesso, al di là di generiche parole d’ordine, la maggior parte degli studenti pascola qua e là o, appunto, presidia simbolicamente l’ingresso. Studenti da una parte e, molto spesso, docenti a passare il tempo nell’aula professori, un po’ sconcertati e un tantino rassegnati.
Quello che colpisce è la distanza tra mondo degli insegnanti adulti e quello degli studenti: ti pare di vedere rappresentato plasticamente quel “fai da te” che sembra caratterizzare la crescita delle nuove generazioni.
Soltanto che nelle scuole ritenute più pregevoli questa libertà si traduce in ricerca, sperimentazione, apertura a nuovi temi mai trattati prima a scuola; negli istituti “di serie B” rischia di diventare una conferma di un vuoto da riempire col fumo.
Un po’ naufraghi e un po’ orfani, forse i ragazzi e le ragazze dei professionali riproducono quello che trovano fuori, nei quartieri e nelle famiglie di provenienza.
Mollare gli ormeggi, sì, ma per andare dove?

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